Disruptive innovation o la terza via (ovvero una serie di piccole innovazioni complementari tutte intorno al core business dell’impresa)? Un acceso dibattito legato all’uscita di un libro (The Power of Little Ideas: A Low-Risk, High-Reward Approach to Innovation: A Third Way to Innovate for Market Success) e al fatto che la shared economy sembra segnare il passo. Come promesso nel mio precedente post, continuo a raccontare qui alcuni temi top che hanno attraversato la mia vita. Se dovessi basarmi su quanto ho vissuto, la mia convinzione propenderebbe sulle tesi del libro di David Robertson e quindi della terza via. Prima però chiariamo dov’è la differenza tra i vari tipi d’innovazione.

Disruptive Innovation

Wikipedia definisce la disruptive innovation così:

Disruptive innovation is a term in the field of business administration which refers to an innovation that creates a new market and value network and eventually disrupts an existing market and value network, displacing established market leading firms, products, and alliances. The term was defined and first analyzed by the American scholar Clayton M. Christensen and his collaborators beginning in 1995,[2] and has been called the most influential business idea of the early 21st century.[3]

Letteralmente “La disruptive innovation è un termine che indica un’innovazione che crea un nuovo mercato e una nuova rete di valore che interferisce con un mercato e una rete di valore esistenti, rimpiazzando affermate aziende leader sul mercato, rimpiazzando prodotti e alleanze. Il termine è stato coniato dallo studioso americano Clayton M. Christensen e dai suoi collaboratori a partire dal 1995 [2] ed è stata definita l’idea imprenditoriale più influente del primo XXI secolo.”

Disruptivetechnology

Esempi di disruptive innovation sono stati l’iphone, la birra artigianale, le macchine movimento terra idrauliche. La disruptive innovation produce in chi la introduce quello che viene definito un “unfair advantage” (vantaggio sleale) a significare lo stravolgimento alle fondamenta del mercato esistente.

La disruptive innovation è molto in auge perché si contrappone all’innovazione incrementale tipica delle corporation: “disrupt or be disrupted” è ormai un mantra. Secondo David Robertson, però, esiste un’altra via per innovare (la terza via appunto).

La terza via di David Robertson

Questa terza via consiste in una famiglia di piccole innovazioni complementari al prodotto o servizio di base dell’impresa. Innovazioni che lavorano tutte come un sistema per portare avanti una strategia o scopo predefinito: riconnettersi con i propri clienti “veri” e tornare ad essere un prodotto per loro irresistibile. David Robertson la definisce così:

People will tell you to drop your core product and go ‘disrupt,’ … but it didn’t work for LEGO!” says Robinson. “Innovation can be damaging.

Nella mia vita

Se guardo alla mia vita ho da sempre sposato la disruptive innovation. Ho cominciato a scuola. Ho fatto il ciclo sino alla terza media col metodo Montessori e poi fino al terzo anno di liceo nella scuola sperimentale costruita sul metodo di Rogers dell’apprendimento basato sullo studente. Alla fine del 3 anno decisi che volevo chiudere in fretta e sfruttando la “norma Gentile” (che consentiva ai minori di 18 anni di fare l’esame di maturità a patto che avessero 8/10 in tutte le materie) ho fatto quarto e quinto anno insieme, facendo l’esame di maturità alla vecchia maniera (tutte le materie). Sono andato quindi all’università a 17 anni. A casa mia erano tutti medici, mio nonno, mio padre, mia madre e i miei zii.

Di nuovo disruptive innovation: mi sono iscritto a Scienze Statistiche per fare l’economista! Arrivati alla fine del 3 anno, invece di proseguire in un percorso che mi avrebbe portato ad essere professore di economia in qualche università straniera (come lo sono tutti i miei compagni di università e di percorso) ho deciso che volevo sporcarmi le mani con la realtà (non giustificarla a posteriori come fanno spesso gli economisti e come mi diceva il mio prof. Paolo Sylos Labini “Se gli economisti fossero in grado di prevedere, sarebbero ricchi. Conosci qualche economista ricco?”).

Così mi sono dedicato all’innovazione e ne ho fatto il mio lavoro. Prima ho iniziato con le politiche energetiche in ENEA, poi con l’intelligenza artificiale in Italsiel e in MIT e poi col multimedia con STET e Microsoft. Ogni volta la mia vita vedeva una disruptive innovation, una svolta sorprendente e rivoluzionaria. E poi abbandonare il porto sicuro (sono stato il più giovane manager della storia dell’IRI) per l’avventura imprenditoriale. Sempre un salto!

Sull’orlo del precipizio

disruptive innovation vs incremental. A third wayUn po’ come dice nel suo libro David Robertson sia successo a LEGO®

to innovate away from its signature snap-together bricks in favor of diverse new products […].Its attempts to create revolutionary change almost pushed the company into bankruptcy

Anche a me la disruptive innovation mi ha condotto sull’orlo del precipizio. Quello che mi ha salvato è stato riconnettermi con le mie competenze chiave (core) e creare una relazione con la mia clientela chiave (core) per tornare ad avere un prodotto/servizio irresistibile. Come ho fatto? Come dice David Robertson con una serie di innovazioni interno al mio prodotto/servizio core. Innovazioni legate ad apprendere e padroneggiare il digitale, agli approcci innovativi del Design Thinking a dello U-Lab e soprattutto apprendendo e padroneggiando la metodologia LEGO® Serious Play® che ha valorizzato le mie competenze fornendomi un “vantaggio leale” sul mercato.

E voi nella vostra vita che tipo di innovazione avete praticato? Incrementale? Disruptive? O anche voi avete intrapreso la terza via?

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